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The Sonora Pine - II (1997)

di TommyThecaT

Quei 40 chilometri che dividono Salò da Riva sono uno dei migliori scorci che la provincia bresciana (e non solo) possa regalare a un viaggiatore attento e curioso. Dietro a ogni curva, fra una galleria e l'altra, al di là delle ville storiche, si nascondono mille cartoline colorate dal blu notte del lago profondo, dal verdone intenso del Parco dell'Alto Garda, dalle macchie violacee delle bouganville tropicali, dal verde argentato degli oliveti.

Tutto cambia in un attimo, è un percorso lento e imprevedibile come le ballate sgraziate dei The Sonora Pine, ennesimo gruppo capolavoro nato dall'incredibile esplosione musicale di Louisville - Kentucky dei primi anni novanta. Gli ex Rodan Tara Jane O'Neil al basso (mirabile anche la sua carriera solista) e Kevin Coultas alla batteria sono accompagnati dal violino minimalista di Samara Lubelski.

La loro è una musica di gran classe, classico post-rock anni '90 narcotizzante a bassissima fedeltà. Nei sette pezzi i suoni e i silenzi si alternano e si compensano a vicenda, il violino regala passaggi senza capo nè coda, le lente proposizioni si avvolgono su loro stesse, sono malinconiche girovagazioni senza alcuna metà, schizzi musicali appena abbozzati.

II del 1997 è un album perfetto da ascoltare nei momenti di vuoto, magari cullati dal dondolio di un'amaca o dal rollio continuo di piccola imbarcazione. E'un lavoro che lascia pochissime via di fuga, sono rari gli scatti che vi daranno la forza di alzarvi per stappare l'ennesima birra o recuperare qualcosa da fumare.

Tortoise Live @ Latteria Molloy, Brescia, 28.05.2016

di Maurisio Seimani e Tommy ThecaT

Pochi giorni fa, complice un'inaspettato regalo da parte del nostro collaboratore The Wildcatter, il sottoscritto si ritrovò a godersi in prima fila un gradevolissimo concerto di Joan As A Police Woman, in quel del Teatro Grande di Brescia (recensione qui!). Sabato sera invece, grazie al regalo di compleanno che ricevetti già mesi or sono dal fido compagno Tommy ThecaT, mi trovavo alla Latteria Molloy per un'altro appuntamento non meno importante. No, non era la finale di Champions League, comunque trasmessa nel locale prima dell'inizio del concerto, quanto il passaggio in città di una delle band più apprezzate degli anni 90: i Tortoise.  E' anzi riordinando alcuni appunti scritti proprio da Tommy ThecaT, da sempre grande stimatore della compagine di Chicago, che cercherò di raccontarvi come è andata. (M.S.)

Un'esibizione dal vivo dei Tortoise è senz'altro un'esperienza da consigliare a cuor leggero a qualsiasi amante della buona musica, quand'anche non ci si stia rivolgendo ad un cultore di certo rock strumentale d'avanguardia di cui i nostri sono sempre stati esponenti di spicco. Facile sarà infatti per ognuno trovare la propria dimensione all'interno dello show: chi cercherà di porsi sotto il palco per osservare da vicino che stiano facendo i musicisti coinvolti (uno spettacolo nello spettacolo), chi preferirà bersi un cocktail all'aperto scambiando due chiacchere con qualche amico o con la propria compagna, facendosi trasportare dal piacevole sottofondo, chi oscillerà in mezzo ai presenti con gli occhi persi aprendosi totalmente al flusso sonoro messo in scena dalla band.

Sophia - As We Make Our Way (Unknown Harbours) (2016)

di De Marga e Tommy ThecaT

Caro il mio TommyThecat, 

è passato del tempo dal nostro precedente incontro scrittorio; mesi invernali bui e difficili almeno per me. Poi d’improvviso, i primi giorni di Aprile, vengo a sapere che una delle band che ho apprezzato di più negli ultimi vent’anni pubblicherà un nuovo disco; mi riferisco ai Sophia di Robin Proper-Sheppard. Band nata dalle drammatiche ceneri dei God Machine; brividi solo al ricordare l’imponenza e la grandezza della brevissima carriera della “Macchina di Dio”. 

Ma oggi ti voglio parlare solo e soltanto dei Sophia, che ritornano dopo un silenzio infinito che si è protratto per sette anni. There Are No Goodbyes s'intitolava il loro precedente lavoro uscito nel 2009. Soltanto adesso il titolo dell’opera tradotta in italiano ha un senso: “Non ci sono saluti”. Come se Robin già sapesse del successivo lungo silenzio, del forzato distacco dal mondo musicale; ma ora è tornato e ne sono oltremodo contento. Ha viaggiato molto in questi anni, diviso tra l’Europa (ormai sua seconda patria visto che ha anche preso la cittadinanza belga) e gli Stati Uniti dove è ritornato dopo una lunga assenza. Con estrema calma si è messo al lavoro, scrivendo qualche decina di brani; ho sempre fatto una fatica senza precedenti nel dare la giusta etichetta musicale a quanto scritto da Robin. Ho letto una sua intervista recente ed è stato lui stesso a chiarirmi le cose: definisce la musica dei suoi Sophia come una versione “countryficata” dei Cure. Va benissimo così. 

Mogwai - Atomic (2016)

di Tommy ThecaT

6 Agosto 1945 - Hiroshima
Agosto 2015 - A settant'anni dalla fissione nucleare "per eccellenza" i Mogwai realizzano la colonna sonora per il documentario della BBC “Atomic: Living In Dread And Promise”, diretto da Mark Cousin.
Aprile 2016 - Viene pubblicato il nuovo lavoro degli scozzesi, la terza original soundtrack dopo Zidane e Les Revenants.

I Mogwai sembrano avere le idee molto chiare su cosa sia il bene e cosa sia il male. Il bene è il nostro amato astro che splende in copertina e illumina il nostro sistema solare. Nulla esisterebbe senza quella miracolosa fusione termonucleare che da miliardi di anni si autoalimenta, non ci sarebbe musicanidi a scrivere questa recensione e tu, al di là dello schermo, a leggere questa pagina. Il male è la fissione atomica incontrollata, quella reazione a catena artificiale che libera un'energia distruttiva devastante e mortifera.

La colonna sonora è un viaggio ellittico around the sun, è un moto rivoluzionario dove l'Uomo e il pianeta Terra sono il punto di partenza e d'arrivo. I Mogwai si muovono su traiettorie astrali già viste e sentite ma con un tocco e una maestria da far invidia a chiunque. I loro crescendi accumulativi sono un marchio di fabbrica anche se le esplosioni sonore (la famosa fissione dei timpani) sono rare e molto controllate (Ether e Tzar su tutte). Con Scram l'elettronica di bordo inizia a prendere il sopravvento, si abbandona la Terra allo sbando che sanguina morti e feriti, l'atmosfera inizia a rarefarsi, l'ossigeno viene a mancare. Il viaggio interplanetario si fa maestoso, gli asteroidi sembrano sfiorarli, sono solo polvere stellare che non scalfisce la loro navicella. U-235 é pura elettronica anni '70 debitrice dell'ossigeno di J.M Jarre, é puro viaggio, nostalgico come un addio. Di tutto il vuoto che li circonda è piena Pripyat, dell'elettronica cosmica tedesca dei Kraftwerk e dei Tangerine Dream si fa forza Weak Force. Il richiamo alle origini terrestri è però dietro l'angolo, Are You a Dancer é un tuffo nei loro anni novanta, sospesa sugli archi, su una batteria rarefatta e su una timida chitarra. Fat Man è il rientro alla base, il mondo é ancora qui, stanco, triste e malinconico come un vecchio ubriaco su una panchina.

Matt Elliott - The Calm Before (2016)

di TommyThecaT



Matt Elliott; la calma che incombe, prima del temporale che si abbatterà sulla cover del disco appena uscito? 

Matt Elliott, ex Third Eye Foundation, il cantautore from Bristol che sfodera un semi-capolavoro di crescendi emozionali. Matt Elliott, il musicista inglese che invece di bere birra si scola pinte di miele d'acacia. 

"The Calm Before" risplende di una limpida bellezza cristallina, è puro come l'aria lavata da un acquazzone tropicale. E' un intreccio ordinato di chitarre arpeggiate e leggeri tocchi di pianoforte che sostengono la profonda e dolce voce di Matt che ricorda quella di Leonard Cohen; ascoltare per credere "The Feast Of St.Stephen" e "I Only Wanted To Give You Everything". 

De Rosa - Weem (2016)

di Tommy ThecaT

Non so perché ma i De Rosa li ho sempre considerati come "gli sfigati" della scuderia scozzese della Chemikal Underground. I De Rosa erano quelli che, dopo l'album d'esordio Mend del 2006, aprivano i concerti di Mogwai ed Arab Strap e, dopo il secondo lavoro Prevention (2009), pure dei Doves. Poverini, pensavo, questi sono "qualcuno" e pubblicano album solo perché hanno gli amici giusti. Nel 2009 decidono di mollarsi ("vedi", mi dicevo, "avevo ragione a pensarli sfigati") per poi tornare sui propri passi nel 2012 e ripresentarsi al grande pubblico solo nel 2016 con Weem, un lavoro ben fatto e ben confezionato, pubblicato però con la Rock Action Records.

Una bella sorpresa, 11 pezzi sospesi nelle più classiche atmosfere british tendenti al folk anni '70. Suoni puliti, melodie per nulla scontate o banali, canzoni morbide e rilassate. Un lavoro curato nei minimi particolari senza una nota fuori posto, nulla d'innovativo o trascendentale, ma che si fa ascoltare piacevolmente più e più volte. 

Per chi apprezza il british rock, quello dei Travis o dei Doves, il britpop più soft e meno tirato, dove le tastiere "saltano fuori" spesso e le chitarre sono arpeggiate, leggere ed eteree come le nuvole grigie che, spinte dalle brezze atlantiche, attraversano i cieli scozzesi. 

Dawn Of Midi - Dysnomia (2013)

di TommyThecaT 

Sto male.

Passano le settimane, volano i mesi, ascolto i vecchi album che mi porto nel cuore da sempre, mi butto con encomiabile entusiasmo sulle nuove uscite ma faccio una fatica cane a farmi musicalmente scalfire la corazza cardiaca che si è indurita man mano nei miei ultimi trent'anni di vita. 

Sto male pertanto. 
Sono alla perenne ricerca di un qualcosa che forse nemmeno io so... 
Come un vecchio drogato, le mie sostanze stupefacenti non fanno più effetto. 
L'assefuazione crescente mi tormenta.

Il mio corpo richiede oramai il nepalese più gommoso, il funghetto più allucinogeno che esiste, la porcheria più cristallizzata che c'è sul mercato...

Sto male ma forse, da qualche giorno, inizio a star meglio. 

Ho fatto un giro a Bandcamp, un quartiere labirintico di una strana megalopoli. Ovunque c'è qualcuno che ti propone qualcosa. Devi fidarti, devi tastare, ci provi, una volta e via se non ti piace, ma se per caso arrivi dallo spaccino giusto son salti di gioia e tuffi al cuore. 

FIRE! - She Sleeps, She Sleeps (2016)

di Tommy ThecaT

Puntare, mirare, FIRE! She Sleeps, She Sleeps, tu dormi sempre CAZZO! Bella, SVEGLIA!
Senti qua il mio sax sbrodolone e sporcaccione che s'insinua fra le lenzuola e il tuo corpo. Non ti fa sesso? Sarò il tuo animale imbizzarrito, un elefante che barrisce tendendo al cielo la proboscide. E questa batteria scombinata e fuori tempo? Sono i miei pensieri che sbattono contro la scatola cranica.

La tensione é palpabile, i 14 minuti di She Sleeps, She Sleeps sono sofferenza pura che striscerà ai tuoi piedi. Ti vorrei qui ma la stanza é tremendamente vuota. Per te stanotte sarò un free-jazz cerebrale ma non ambientale, le mie dita saranno come una batteria post-rock sul tuo corpo, tranquille o impetuose e senza alcuna regola. Saranno noise i nostri mugugni, sarà libera improvvisazione che mi piacerà (ma ti piacerà? Chissà...).

Suuns and Jerusalem in My Heart (2015)

di TommyThecaT

El sol y la luna, il bianco e il nero, il giorno e la notte, l'Inter e il bel calcio, il Canada e il Medioriente, i Suuns and Jerusalem In My Heart.
A quasi un anno di distanza dalla pubblicazione (Maggio 2015) vale la pena riprendere e approfondire un album "diverso" dal solito. Due mondi apparamentemente opposti, quali il rock-elettronico-ipnotico dei canadesi Suuns e l'elettronica-dronica-etnica-fica del libanese Radwan Ghazi Moumneh, si fondono in un'opera molto compatta e suggestiva che regala alla nostra attività cerebrale un bel viaggetto mistico around the world.

Mogwai - Les Revenants (2013)


Se un giorno vi dovesse mai capitare che alla vostra porta si presenti un vostro caro estinto, keep calm and don't scream. Respirate a fondo, ripensate intensamente a questa pagina, correte velocemente al vostro più vicino riproduttore di musica, schiacciate play alla voce artista (Mogwai), album (Les Revenants) e tutto vi sembrerà irrealmente molto più gestibile.

I nostri carissimi scozzesi nel 2013 danno alla luce la seconda colonna sonora originale della loro carriera (dopo quella del 2006 relativa al documentario su Zidane e non considerando la partecipazione a quella di The Fountain di Clint Mansell), un flusso musicale in perfetto Mogwai-sound declinato nell'accezione più calma e misteriosa dove a prendere il sopravvento sono gli archi e le tastiere accompagnate da una batteria minimale. Scompaiono le frustate elettriche delle chitarre, i loro classici muri sonori, i fragorosi cambi d'umore. Non sarà la loro musica a scuotere le vostre anime ma le immagini della serie tv francese (molto bella e intrigante la prima stagione) "Les Revenants" del regista e sceneggiatore Fabrice Gobert, idea sviluppata dall'omonimo film del 2004 di Robin Campillo. I morti ritornano ma non sono i classici zombie, sono belli (o brutti), simpatici (o anticipatici), buoni o cattivi come quando vivevano tranquillamente la loro vita. Non fanno paura e questo spaventa e terrorizza il telespettatore più di mille scene di violenza con ettolitri di sangue. I Mogwai sono maledettementi perfetti, non falliscono un pezzo, disegnano atmosfere tranquille e inquietanti, melanconiche e funeste in cui il post-rock fa fatica a emergere.

Traams: Modern Dancing (2015)

di TommyThecaT

Benvenuti nel 2016 con un episodio della serie: "album del 2015 che andrebbero ascoltati almeno una volta nella vita". 


Il trio britannico (from Chichester, West Sussex) Traams (voce-chitarra/basso/batteria) sforna, dopo il debuttante "Grin" del 2013, un secondo compattissimo album alternative-rock molto diretto e d'impatto che già al primo ascolto è pura goduria, ad alto contenuto vitaminico. 
Presentato da una cover grigia con un piccolo lupo a testimoniare forse il lato più selvaggio e feroce della loro musica, "Modern Dancing" sviluppa undici pezzi molto "anni novanta" dove l'aggressività "melodica" della chitarra distorta mai banale e la voce adenoidale del frontman Stu Hopkins vengono sostenute da una sezione ritmica sostenuta e incalzante di chiara matrice post-punk ("Succulent Thunder Anthem" su tutte). 

Musicani Awards 2015

a cura di RSK, introduzione di Frank Pozzanghera

Amici canidi ben ritrovati. Come ogni anno s'è infine fatto il momento di arrivare al nocciolo della questione. Qualcuno scriverebbe "di tirare le somme", ma non si vede che somme si possano tirare in un'epoca come questa in cui qualsiasi cosa finisce per moltiplicarsi pressochè all'infinito. Ormai le uscite musicali superano per numero di pubblicazioni perfino l'incremento demografico di Shangai, mentre le relative recensioni stanno sovraccaricando tanto la rete che se un giorno il web se ne andrà tutto gambe all'aria sapremo il perchè (noi stiamo dando il nostro contributo del resto). 
Stante questo, quest'anno noi musicanidi abbiamo deciso di precedere per sottrazioni. Tre dischi a testa per ogni collaboratore del blog e fine, poi tutti a casa. Manca questo, manca quell'altro? Manca quel disco bellissimo di coso, come si chiama, quello che vi ha consigliato il vostro amico? Bene. Chissenefrega. Buone feste. (Frank Pozzanghera)

Il Classificone 2015: vademecum per (non) perdersi nel meglio dell'anno.

Rock, post rock, indie rock, country rock, alt., punk, psichedelia, reggae, hip hop, metal, pop, funk, folk rock. Musica nostrana e straniera. Grandi ritorni e esordi folgoranti. Vi siete persi qualcosa? Volete regalare un buon disco ma non sapete quale? La redazione di Musicanidi vi propone al gran completo i titoli e le migliori recensioni del 2015.

 La redazione di Musicanidi.


MAURISIO SEIMANI

Disappears: Irreal (2015)

di TommyThecaT

 "Quant'è bello IRREAL che mi sfugge tuttavia! 
Chi vuol esser lieto sia, che dell'album non c'è certezza" 
(libero e disgutoso adattamento dei versi immortali di Lorenzo dè Medici, 
"Trionfo di Bacco e Arianna") 

"Irreal" è tra gli album che ho più ascoltato nel 2015 e, sorprendentemente, è quello che ho meno capito.
Ogni volta che mi passa sotto le orecchie il sound scuro e indecifrabile del quartetto di Chicago, perdo le poche certezze che mi ero fatto all'ascolto precedente. Ci sono lavori che al primo ascolto sono già interiorizzati (e che magari al quinto hanno già rotto i maroni), ce ne sono altri che, ad ogni passaggio, svelano e mettono in luce delle angolazioni "sonore" e delle sfumature diverse.
"Irreal" è un lento trascinamento post(experimental)rock sostenuto da una precisa/scarna batteria e da bassi profondi e soffocanti (scrivere DUB potrebbe quasi risultare fuorviante ma.....), è un cantato cantinelante dal sapore sciamanico-tribale-ipnotico (qualcuno potrebbe dire LIARS).

Protomartyr - The Agent Intellect (2015)

di TommyThecaT



Alla terza uscita discografica, dopo No Passion All Technique del 2012 e l'acclamato Under Color of Official Right del 2014, i Protomartyr si ripresentano a Ottobre 2015 in splendida forma con The Agent Intellect, lavoro che non si allontana significativamente dalla loro classica estetica post-punk allentando però la tensione nervosa/furiosa degli album precedenti. 

Il gruppo di Detroit, capitanato come sempre dalla voce sbilenca e ubriaca di Joe Casey, riesce nella mirabile impresa di regalarci 12 pezzi dalla facile assimilazione (naturalmente per chi, come me, gradisce certe sonorità) dove, alla sempre vigorosa e trascinante e precisa sezione ritmica (mi verrebbe da dire post-punk ma, per non ripetermi, preferisco non scrivere post-punk), si accosta il lavoro variegato della chitarra di Greg Ahee. La sofferenza e il fastidio della vita a Detroit dei giorni nostri, come nel resto del Mondo, sembra emergere a fatica nel lavoro di Greg: i suoni sono più compassati e meno scattanti, molto più razionali e meno emotivi. 

Bilderbuch - Schick Schock (2015)

di TommyThecaT

 Eccolo, ho trovato il mio album del 2015.


A meno di grandi stravolgimenti o nuove stratosferiche uscite, "Schick Schock" dei viennesi Bilderbuch sarà il mio disco dell'anno. Partiti in sordina sul mio pod, pian piano han conquistato posizioni su posizioni scavando un netto solco sulla concorrenza. Ma chi sono? Cosa sono? Cosa suonano? Austriaci? Fanno la solita musica kraut-rock oramai ficcata in ogni canzone?

Calma, andiamo con ordine. I Bilderbuch (traducibile come "libro per bambini") sono 4 sbarbatelli austriaci con facce da prendere a schiaffi, cazzari e cazzoni che a prima vista non gli  daresti manco un €uro della zecca di Atene. E allora perchè? Forse solo per la loro musica estremamente cafona, truzza o burina ma misteriosamente coinvolgente. Sarà forse la loro attitudine danzereccia e funkeggiante, forse per quel basso penetrante e deciso che sorregge ogni pezzo o per la chitarra che si libera in assoli oramai fuori tempo massimo. E' gente da hit parade, poppettari e radiofonici senza alcun dubbio. Musica lontana mille miglia dai miei soliti ascolti, ma mi è bastato buttare un ascolto su "Spliff" (attenzione, da non confondere con gli Spliff, il gruppo nato dalla fine del sodalizio di Nina Hagen con la Nina Hagen Band) per farmi coinvolgere dalla loro musica da sessualità spicciola, da disco della domenica pomeriggio (roba per ragazzini, per intenderci). E' bastato approfondire con "Maschin" per rimanere folgorato e invischiato nelle loro pose oltre la normale decenza (per chi non ci crede, vi prego di buttare un occhio sul meraviglio video di "Plansch"). Non contento mi son fatto appiccicare nel cervello il ritornello non-sense di "Softdrink"....Coca Cola, Fanta, Sprite, 7up, Pepsi, alright, alright, alright, alright, ok (iniziate a capire a che livello siamo, io adesso non sto scrivendo, sto cantando!!! Coca Cola, Fanta, Sprite, 7up, Pepsi, alright, alright, alright, alright, ok).

American Football, an indipendent god

di TommyThecaT

Dalla serie "figli di un dio minore", American Football, una folgorante meteora nel cielo della musica indipendente statunitense (from Champaign-Urbana, Illinois), un gruppo che deve tutto al loro primo, unico e irripetibile album del 1999, l'omonimo American Football.

La voce e la chitarra e il basso di Mike Kinsella (presente anche nel gruppo Joan d'Arc del fratello Tim), unitamente alla batteria di Steve Lamos e alla chitarre di Steve Holmes, riescono nell'impresa impossibile di sintetizzare in nove pezzi quello che, a torto o a ragione, nell'immaginario collettivo s'intende per INDIE-MUSIC, musica rappresentativa di una cultura estranea al mainstream, sganciata dalle grandi majors, musica quasi del tutto auto-prodotta. Melodie autunnali, malinconiche e casalinghe, come la cover dell'album ben identifica al primo istante: la sicurezza di una casa durante la notte, la luce di una lampada che rischiara e sembra riscaldare le stanze. I nove pezzi sono la somma perfetta di leggeri e intrecciati arpeggi di chitarra, di colpi dispari di batteria di matrice post-rock, di trombe dimesse, di voci soffuse mai invadenti, di senzazioni emo-core che trasudano storie vissute, quotidiane e popolari.

Rimmel Tour - Francesco De Gregori Liva @Arena di Verona, 22 settembre 2015

di TommyThecaT

E io che pensavo che Sanremo fosse in Liguria. Il 22 settembre del 2015 era a Verona, all'Arena di Verona. Francesco De Gregori ha deciso di riscrivere la mia geografia con un live "evento" che tanti ricorderanno. Il compleanno di Rimmel (tanti auguri, son già quaranta e, comunque, non li dimostra minimamente) si è trasformata in una grande festa nazional-popolare in cui una grande parata di ospiti ha fatto omaggio alla creatura più nazional-popolare del repertorio del Principe anni '70. E' con Rimmel che De Gregori diventa De Gregori. 

La solita bellissima e pienissima Arena di Verona, le solite lunghissime e pallosissime code di Verona per arrivare e per poi tornare a casa, il solito grandissimo, e in formissima, Francesco. Un De Gregori diverso dal solito, meno orso, allegro e sorridente, ciarliero e mondano, accompagnato da una ricchissima band (due coriste, chitarre, batterie, sax, tromba, archi, pianoforte e, soprattutto, la fisarmonica di Ambrogio Sparagna) e, come già accennato, da tanti amici o colleghi. Ritrovarlo a duettare con un carichissimo Caparezza in un'elettrica L'agnello di Dio o in una super-orchestrale Buffalo Bill è stata una bella sorpresa. Toccanti le versioni al femminile di Piccola Mela e Pezzi di Vetro con Malika Ayane o Buonanotte Fiorellino e Bellamore con la sempre meravigliosa voce di Elisa. Da ricordare lo scambio di cortesie con Fausto(ne) Leali con un doppio duetto per A Chi e La Valigia dell'Attore. E non poteva mancare il Liga, fresco fresco dal bagno di folla di Campovolo, per raccogliere gli applausi con una monumentale Alice. Quasi tre ore di spettacolo per un "quasi" perfetto The Best di De Gregori (dico quasi perchè Ninetto non dovrebbe mai mancare in scaletta, Bene e Buonanotte Fratello pure, Giorno di Pioggia idem, ma continuando così saremmo ancora sui gradoni a mendicare litri di caffè), tre ore in cui Kekko Zalone regala una stralunata Donna Cannone rifatta alla Vasco Rossi, in cui Giuliano Sangiorgi dei Negramaro esalta la sua voce con Pablo. E Fedez? Lui c'era, la sua voce no. 

L'isola di Arturo di Elsa Morante (1957)

di Tommy ThecaT

Tutto è nato per caso, quattro chiacchere tra amici.
"Ho appena letto La Storia della Morante", faccio io.
"Alle superiori mi avevano fatto leggere L'Isola di Arturo, un libro che mi è piaciuto da morire in cui non succede niente", mi ribatte il Rock (il mio amico potrei chiamarlo anche Jazz, forse Reggae potrebbe dar meglio l'idea ma, non so perchè, Rock gli calza a pennello). "C'è questo ragazzino che gira solitario su un'isola", mi dice.
M'incuriosisco. Non è tanto la trama che pare poco avvincente e stimolante ma, soprattutto, l'idea che al mio amico Rock possa esser piaciuto un libro della Morante. 

Lo recupero, lo divoro e, appena terminato, mi ritrovo, pochi giorni dopo, su una piccola isoletta in mezzo al Canale di Sicilia. Mi sveglio presto alla mattina, il resto della famiglia dorme allegramente, m'infilo i boxer da bagno, esco dalla camera del B&B e inizio a camminare senza una meta precisa come Arturo Gerace, il protagonista del libro, era solito fare nella sua Procida durante la fine degli anni '30. Finisco nei suoi panni e nella sua storia solitaria, entro nelle sue fantasie e nei suoi miti. 

I gioielli della corona: Radar Brothers - And The Surrounding Mountains (2002)

di TommyThecaT
Light the candle once again 

I losangelini Radar Brothers, alla loro terza uscita dopo "Radar Bros." (1996) e "The Singing Hatchet" (1999), vi avvolgeranno al tramonto dentro una pregiatissima coperta di kashmir che cercherete di mantenere sempre più stretta perché i suoni vi porteranno in alto in luoghi freddi e desolati. 
Rimarrete voi and the surrounding mountains. Le montagne circostanti abbracceranno dolcemente e docilmente il vostro ambito familiare: ci sarai tu, con tuo padre, le tue sorelle, i tuoi zii e naturalmente tua madre. 
L’abbraccio tenero e trasognato sarà però intriso di dolori e tristezze, la malinconia affiorerà lungo i dodici pezzi grazie a un semplice assolo di chitarra che vi stringerà il cuore o con poche note di piano che vi faranno lacrimare… 
E' la famiglia, con le sue pene e le sue gioie.